La Spagna abolì nel 2005 la siesta per i dipendenti del settore pubblico, l’abitudine che prevedeva la riduzione delle attività tra le 12 e le 15.
Ignacio Busqueras, capo della Commissione per la razionalizzazione degli orari, la definì “fascista/franchista” e “sessista”. Poi, contraria al benessere umano: dopo l’abolizione ognuno “avrà finalmente diritto a 8 ore di sonno, lavoro e svago”. Inoltre, sono riconducibili ad essa la bassa “produttività, la bassa natalità, le separazioni, l'abbandono scolastico e l'alto tasso di incidenti stradali”. Per finire, era ora di adattare gli orari spagnoli a quelli “di riferimento per il mondo imprenditoriale”.
La siesta non è fascista, a meno di considerare tale anche la liturgia delle ore di San Benedetto, nella cui suddivisione del giorno l’ora sesta era proprio quella tra le 12 e le 15. La pausa del dopo pranzo è usanza diffusa dal Sudamerica al Sud-est asiatico, quindi molto prima e molto oltre i tempi e i luoghi nei quali visse Franco.
La siesta non è sessista, a meno di considerare una conquista per la moglie il fatto di poter lavorare i campi quanto il marito o il fatto che lui possa sistemare i tovaglioli mentre lei finisce di sarchiare 40 ettari. Semplicemente la Spagna, la Francia del sud, l'Italia sono sempre stati paesi poco industrializzati, coltivati a latifondo e basati sull'agricoltura, quindi era ovvio che il lavoro nei campi fosse in capo agli uomini e le faccende domestiche alle donne. Questo modello non era certo un'idea dei servi della gleba.
La siesta non è incompatibile con i ritmi biologici, l’uomo non si è evoluto per rispettare le scadenze delle 8 ore: non siamo robot con un interruttore. Quello delle 8 ore è un mito della società industriale dell’ottocento. Esistono ricerche scientifiche secondo cui l’energia fisica cala nel periodo centrale della giornata indipendentemente dalla digestione e storiche secondo cui il sonno è stato continuo, bifasico, segmentato…
La siesta non danneggiava la serenità familiare, facendo esplodere tensioni e portando al crescere di divorzi e al crollo della riproduzione. Forse la siesta era una delle ultime occasioni familiari per condividere le stesse contraddizioni innescate dalla società del consumo e non mi pare la situazione di fertilità della popolazione autoctona spagnola sia migliorata dopo l'abolizione, anzi.
Infine, Busqueras è un imprenditore e ciò sconfessa il suo tentativo di mettere la discussione sul piano del confronto tra fascismo e democrazia. L'imprenditore, il lavoratore, la famiglia o la siesta non sono entità da giudicare in astratto, ma elementi il cui significato dipende dai rapporti economici in cui si trovano. La siesta non è né giusta né sbagliata, ma adatta ai rapporti tra elementi richiesti da un sistema economico basato su agricoltura e latifondo. Nemmeno il sistema o i singoli elementi sono giusti o sbagliati di per sé, ma adatti a perseguire gli scopi che una società si impone.
Per questo può essere interessante chiedersi quale idea di essere umano stia dietro ai diversi argomenti: una figura definita principalmente dalla sua funzione produttiva, oppure una figura con esigenze fisiologiche, relazionali e culturali non coincidenti con la massimizzazione della produttività. Questa è una questione filosofica e politica molto più ampia del dualismo tra progresso e arretratezza.
Chi era a capo del governo spagnolo che sterilizzò il dibattito politico anche su tematiche minori quali la siesta? Zapatero. A me gli Stati Uniti sono oltremodo indigesti, ma da qui a tifare per Zapatero ne passa.
Buona parte della teoria del liberalismo si basa sull’idea che agli uomini spetti il riconoscimento di alcuni diritti. Agli uomini in quanto uomini. Chiamiamolo “naturalismo”. Il liberalismo è comunque passato per un’evoluzione storica. Quando guadagna consensi fra i ceti medi europei del primo Ottocento, deve adattarsi ad un moderatismo col quale condivide poco oltre la paura della democrazia. Alla base di questo timore sta una concezione secondo cui l’uomo, prima che individuo, è membro di una comunità con degli specifici tratti che vanno oltre i diritti del singolo. Chiamiamolo “tradizionalismo”. Se il liberalismo è teoricamente legato al naturalismo, lo è praticamente anche al tradizionalismo e questa contraddizione è ancora viva al suo interno.
Nel senso che alcune anime belle liberali dicono "cari tradizionalisti, i vostri legami culturali, storici non hanno alcun valore", mentre alcune cattive coscienze tradizionaliste controbattono "cari liberali, i vostri diritti naturali non hanno alcun valore". Così vengono delegittimati sia gli aspetti di utilità al vivere comune delle tradizioni, sia del ritenere gli uomini portatori di diritti inalienabili e inviolabili.
Soprattutto, viene dato spazio alla retorica con cui le élite liberali di governo, specialmente in Europa, danno dei sovranisti ai movimenti che si richiamano alla tradizione per manifestare preoccupazioni relative all'immigrazione, oppure del rossobruno a chi non vede nei diritti naturali inscritto anche quello di libera circolazione dei capitali.
Che fare, dunque, per uscire dalla retorica? Rivedere la teoria e la pratica. Intanto, quello di Bruxelles è un tipo di liberalismo fondato sulla concorrenza (correttivo a monopoli, scarsa innovazione, prezzi alti) e sul mercato (garanzia per l’equilibrio sociale). Questo liberalismo è adatto a determinati periodi storici e proprio la sua crisi, visto che concorrenza e mercato non riescono ad evitare concentrazioni di potere e diseguaglianze estreme, permise alle società del Novecento di integrare principi di riformismo sociale e pubblico intervento senza diventare dittature.
Poi, va benissimo proporre il recupero di istanze relative al sovranismo e alla tradizione per superare l’attuale assetto dell’Ue. Con quali applicazioni pratiche, però? L’Ue nasce come strumento per garantire la concorrenza tra Stati membri, tutti si sfidano a chi esporta di più e gli squilibri vengono incentivati: chi importa troppo è costretto a “riforme strutturali” che abbattano la domanda interna e chi ha la bilancia commerciale attiva è indicato come modello di efficienza.
Una possibile soluzione almeno in parte lenitiva consiste in un meccanismo compensativo keynesiano. Nella pratica si tratta di istituire una soglia massima di import/export per ogni paese europeo. Se esporti troppo, devi contribuire a investimenti nei paesi che importano. Se importi troppo, devi investire per ridurre la dipendenza. L’obiettivo di chi si richiama al sovranismo ed alla “vera sinistra” è questo?
Perché insistere a rispettare il patto di stabilità credendolo utile alla crescita è da anima bella, ma proporre per l’Italia di nazionalizzare qualche gruppo industriale, tornare al gas russo e incentivare l’immigrazione “regolare” per tornare più competitivi di Germania, Francia e Spagna è da cattiva coscienza. Sovranismo e tradizione devono essere recuperati per superare un modello politico concorrenziale, non per rinforzarlo.
È un mattino che toglie ogni forza solamente a svegliarsi, scriveva Cesare Pavese in una sua meravigliosa poesia. A Venezia sarà sindaco un signore che, parole sue, non si ricorda nemmeno per chi ha votato alle scorse europee. Per Fratelli d’Italia si tratta di un successo tutto politico: i veneziani avrebbero scelto inequivocabilmente il progetto della coalizione di centrodestra. Il neoeletto di San Marco giura che il suo successo è tutto fuorché politico. È il successo di quei cittadini che alle comunali “non vogliono sentire parlare di progetti o visioni a lungo termine, vogliono solo scegliersi un amministratore”. Al Corriere, rincara la dose di anestetico su qualsiasi velleità di pensiero politico: “abbiamo parlato ai tantissimi che non si riconoscono nei partiti”. Una falsa neutralità rispetto ai fini che è essa stessa un fine. Perché la neutralità ideologica, nel nome degli interessi di tutti, è l’autostrada per il consolidamento dei vantaggi materiali già acquisiti. Se non una dichiarazione d’intenti al miglior offerente.
Fatto sta che la mancanza d’idee è ormai valore supremo cui si richiama anche ogni vincitore di centrosinistra: “noi vinciamo solo se uniti (a Calenda e Renzi) e non facciamo discorsi ideologici”. Sia mai di dare l’impressione di avere una mezza idea in zucca! De Luca, altro re del “non ho idea di cosa fare, ma lo farò bene”, ha vinto con un programma assolutamente non-ideologico: fare di Salerno la Montecarlo d’Italia. O questa è l’ideologia nella sua essenza o io, di tale essenza, non ci ho capito un’acca. Sentire uno di sinistra, laureato in filosofia, proporre di istituire un paradiso fiscale è deprimente quanto sentire la grande prospettiva futura che il nuovo primo cittadino (forzista) vorrebbe garantire a Reggio Calabria: “sarà un nuovo hub turistico”.
La non-ideologia, l’anti-politica, l’ingiustizia eletta a motore di crescita e benessere, l’investimento turistico fine a se stesso: ecco la coltre ideologica che rende questo mattino pesante solo a svegliarcisi dentro.
Quei NO che aiutano a crescere. Riguardo al fatto di Modena, Donzelli ha detto su Rete4 che El Koudri sarebbe stato subito giustificato, perché “poverino”, “voleva lavorare”, “era matto”, “non l’hanno compreso”. Secondo il luogotenente di FdI “si tratta di un criminale, ha agito da criminale e deve pagare fino in fondo, magari nel suo paese”. E su cosa si baserebbero tali conclusioni tanto definitive? Su di una frasetta del Gip, il giudice per le indagini preliminari. Ora, i preliminari hanno importanza, a qualcuno piacciono, altri debbono accontentarsene ed altri ancora li sogneranno tutta la vita, ma per stabilire qualcosa di attendibile occorre andare al sodo. Se siamo stati bravi ce lo diranno soltanto dopo: ci sarà un motivo per cui si chiama indagine “preliminare”. Poi, il Gip non è sempre appiattito sulle accuse del Pm? Non dovevamo votare SÌ al referendum per differenziare finalmente l’Italia da Russia e Cina? Per garantire finalmente il giusto processo? La terzietà del giudice, la disparità tra accusa e difesa, la garanzia per l’imputato eccetera non sono più un problema? Non dovremmo usare la stessa cautela usata per la Santanchè anche per El Koudri? Infine, il rimpatrio per i criminali stranieri è già previsto, basta il realizzarsi di alcune condizioni giuridiche specifiche. Chi parla in questo modo e sovrappone il termine “garanzia” con “giustificazione” può pretendere gli sia dato il permesso di manomettere la Costituzione? NO.