Il generale dovrebbe avere il coraggio di spingersi alle conseguenze estreme del suo ragionamento. È arrivato a stabilire che l’Italia non può sopportare la presenza sul proprio territorio di una popolazione straniera superiore al 4% di quella autoctona. A torto o a ragione, non è questo il punto, avrà le sue motivazioni e la mistura di statistica e xenofobia da cui emergono è stata già sufficientemente esaminata.
Ora, le aziende italiane hanno discrete difficoltà a reperire manodopera di qualsiasi tipo e le prospettive demografiche sono da mal di testa, un disastro. Il sistema pensionistico sarà sempre meno in grado di autosostenersi, a meno di indebitamenti pubblici, allontanamento dell’uscita dal lavoro (al limite della resistenza umana) o ingenti flussi immigratori. Occorre inserire nuove “risorse” umane che possano aumentare la produttività delle imprese, acquistarne i beni e contribuire alla sostenibilità dei servizi pubblici: in altre parole si tratta di generare sempre più ricchezza.
Se il generale propone di bloccare l’entrata di lavoratori esterni e addirittura di riemigrarne diverse centinaia di migliaia, saprà, mi auguro, di creare un guaio rilevante. Il record italiano di esportazioni e la connessa ricchezza saranno un ricordo; le aziende perderanno competitività e quote di mercato; mantenere la bilancia commerciale in attivo sarà più difficile e le regole di disciplina fiscale europea renderanno impossibile aggiustare le cose. Le aziende potranno innovare e digitalizzare, sostituire con un robot ogni operaio. A quel punto aumenterà la ricchezza, ma solo per loro: crescerà il Pil, ma anche l’esercito dei disoccupati. Questa è una crisi economica e sociale bella e buona.
L’alternativa a tutto ciò è accettare, a fronte di minori ingressi stranieri e nascite assenti, una riduzione della dimensione economica nazionale e provare a gestire responsabilmente la transizione da un Pil di, numeri esemplificativi, 100 ad uno di 90, 80. Senza compromettere le condizioni di vita delle fasce deboli. È possibile e non è nemmeno detto che una minore ricchezza totale significhi minore ricchezza per tutti: dipende da come si taglia la torta.
Oggi la torta si taglia non proprio equamente: il 10% delle famiglie più abbienti detiene il 60% della ricchezza totale, mentre il 50% delle più povere ne detiene il 7%. Il 20% della popolazione più ricca ha guadagnato 5,7 volte quanto guadagnato dal 20% più povero nel 2024-2025. Tasse e trasferimenti riducono le distanze, ma tra 2014 e 2024, nonostante l’aumento di produttività, esportazioni e Pil, la popolazione in stato di povertà assoluta è passata dal 6,9% al 9,7%.
Occorre innanzitutto cambiare l’obiettivo principale della produttività aziendale: non più aumentare la presenza di prodotti italiani in giro per il mondo, ma mantenere la ricchezza disponibile per poterla redistribuire in modo più accorto. Se la produttività cresce e il beneficio va prevalentemente verso profitti, rendite o accumulazione finanziaria, la società può patire tensioni anche in presenza di buoni risultati commerciali.
Sarebbe poi necessario, da parte dello Stato, garantire un lavoro socialmente utile e retribuito adeguatamente per tutti. Non si tratta di comunismo né di reddito di cittadinanza o superbonus. Non significherebbe neanche, al contrario della prima impressione, gettare dalla finestra quella stessa ricchezza necessaria per il benessere generale.
Il problema italiano è quello di impiegare grossomodo il 60% della popolazione in età lavorativa, rispetto al 75% della media europea. Se venisse colmata la differenza tramite un programma pubblico di impiego in assistenza agli anziani, personale scolastico, manutenzione del territorio o transizione energetica, qualcosa come 5 milioni di persone percepirebbero un reddito per servizi utili a tutti, smetterebbero di ricevere sussidi e bonus, consumerebbero beni e servizi su cui pagherebbero le tasse e verserebbero contributi previdenziali.
Ecco cosa significa gestire in maniera più efficiente un’economia più piccola senza gravare sulla popolazione debole, affidarsi del tutto ai mercati esteri e sottrarre lavoratori ad altre zone del pianeta: aggredire le diseguaglianze, dismettere un sistema economico basato sugli avanzi commerciali e recuperare il ruolo dello Stato nella creazione di lavoro utile al benessere collettivo. Significa trovare accordi di compensazione import/export tra Europa e Nordafrica, Russia Cina, Usa e Brics. Significa rafforzare il coordinamento intraeuropeo per gestire a livello comunitario piani di pubblico impiego.
Lo farà, il generale? Riuscirà ad andare fino in fondo alle istanze piccolo-borghesi e populiste cui dice di ispirarsi? Quella serie di convinzioni secondo cui è bene diffidare della finanza, della circolazione e concentrazione di persone, dei monopoli bancari, assicurativi e pensionistici e delle grandi multinazionali, degli acquisti in leasing pur di vivere oltre le proprie possibilità.
I populisti, sempre meno in realtà, dietro il cui maschilismo razzista a tratti omofobo, contro la famiglia allargata, il divorzio o l’aborto, si nasconde la visione della famiglia, delle relazioni e delle comunità come luoghi che insegnano disciplina, limiti e sottomissione a dei doveri, prima che rivendicazione di diritti privati. Luoghi di trasmissione di usanze e patrimoni da proteggere dal consumismo.
Il generale ha affrontato molte battaglie: avrà il coraggio di intraprendere, alla testa del populismo, quella contro i principali tratti della società attuale, dalla concentrazione della ricchezza finanziaria all’individualismo più irresponsabile verso gli altri e l’ambiente?
Il Papa ha compiuto un gesto fortemente politico recandosi a Lampedusa, ma non in quanto Leone XIV: proprio perché Papa. Il ruolo del Papa e il potere della Chiesa si sono sempre definiti nella ricerca di una sfera autonoma rispetto al potere politico. Riprendendo una distinzione di Christopher Lasch, il potere politico è quello dell’autostima e quello religioso (cristiano) è il potere della sicurezza di sé. L’autostima è una forma di autocompiacenza, la sicurezza di sé è “ricerca morale, interrogarsi sulle proprie intenzioni, attenzione alle contraddizioni tra professioni verbali e condotte pratiche”. La religione “è un fardello, non la pretesa farisaica a un qualche status morale privilegiato. Il fariseismo, la sicurezza compiaciuta di sé, in effetti, può essere più diffuso tra gli scettici che tra i fedeli. La disciplina spirituale contro il fariseismo è l'essenza stessa della religione”.
Il Papa ha rinnovato la sfida all’autocompiacimento, non solo a quello di cui è campione Trump, ma anche all’atteggiamento di chi vede in Lampedusa soltanto motivo di sentirsi superiore, perché “noi li accogliamo”. No, il viaggio del Papa non sia strumento per l’autocompiacimento di un potere politico rispetto ad un altro. La porta di Lampedusa sia un’apertura su di un “sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione”, uno stimolo ad adoperarsi per cambiarlo, “così che nessuno sia costretto a emigrare”.
I paesi africani da cui la gente scappa sono tutti o importatori cronici di beni di consumo o esportatori di risorse umane e materiali i cui provenienti non riguardano la popolazione locale. L’Europa che schermisce Trump è parte fondamentale di tale sistema economico mondiale. Il Papa non parla per compiacere qualcuno, ma per mettere in crisi le sicurezze di tutti, della mentalità laica (che vede nella religione un cumulo di dogmi dietro cui riparano coscienze deboli) e della mentalità conservatrice/teocratica (che fa degli stessi dogmi un baluardo contro ogni ridefinizione di potere). A Washington, Bruxelles e Teheran vigono diverse forme di autocompiacimento.
Non è solo una partita.
Magari non sarà stato lui a decidere il titolo e non avrà voluto dire ciò che io ho capito, ma l’ultimo articolo di Lele Adani pubblicato dal Corriere della Sera è emblematico fin dalle premesse. Indica innanzitutto che il calcio e lo sport in generale non hanno il senso generalmente attribuito loro di “panem et circensem”, non sono una piccola distrazione per le masse dai grattacapi quotidiani, ma l’occasione per immergervisi e meglio comprenderli.
L’articolo commenta il percorso ai mondiali delle squadre africane e la spara subito grossa: “In Italia dobbiamo far diventare nostri i talenti venuti da lì [da lì in Africa]”. Prosegue: “Costa D'Avorio, Senegal e Ghana hanno approfittato del fatto di poter utilizzare giovani nati e formati nelle nazioni europee”.
Qui la questione è la seguente: si dà per acquisito, inevitabile e giusto un ordine dei rapporti internazionali basato su disuguaglianze, concentrazione e circolazione delle risorse. Non ci si deve chiedere nulla a riguardo, si può solamente scegliere di adattarsi al contesto o di fare gli struzzi. E non farebbe nemmeno tutta questa differenza il tipo di scelta, perché tanto, conclude Adani: “Ormai il calcio africano è avanti”.
Tra gli Stati nazionali, durante la storia e soprattutto da quando il modo di produzione capitalista ha preso piede in Europa, si sono sviluppate diseguaglianze via via crescenti: diverse disponibilità di risorse umane, ambientali e strutturali, diverse valutazioni monetarie e di sostenibilità del debito, diversi composizioni e andamenti demografici, diverse capacità per lo Stato di intervento nella vita economica dei cittadini, diversi trattamenti fiscali, lavorativi e giuridici, diverse possibilità di acquistare o vendere beni da parte popolazione e imprese e così via. Tali disparità rendono, per alcuni Stati, possibile la concentrazione di risorse sul proprio territorio e, per le persone, conveniente circolare da una parte svantaggiata ad una favorita del mondo. La circolazione e la concentrazione amplificano le diseguaglianze.
Di questa famelica circolazione il movimento calcistico è stato preda: ci sono squadre piene di debiti e con proprietà ricchissime in grado di concentrare il talento tramite campagne acquisti stellari e squadre che si sono adattate ad un modello nel quale si finanziano vendendo giocatori ipervalutati al miglior offerente. Troppo import da una parte ed export dall’altra. Nella palude di mezzo sguazza una pletora di procuratori, intermediari, manager, capi federazione e commentatori.
Chi propone dei peana in favore di tutto ciò, trova spazio sulle colonne di grandi giornali e posto da opinionista nei salotti televisivi più ricercati e in grado di anestetizzare milioni di telespettatori distrutti dal caldo. Senza chissà quali meriti sportivi tra l’altro, basti confrontare le analisi piene di paroloni e il palmares vuoto di titoli di Adani per capirlo.
Chi tanto violentemente lo attacca, in nome di una non chiara tradizione o scioccamente lo difende, in nome di una ipocrita uguaglianza, trova spazio e posto in giornali e salotti televisivi che si occupano di politica. La compiacenza e l’invidia, il risentimento e l’ottimismo, l’odio e la nostalgia, l’arroganza e il perbenismo, il cosmopolitismo progressista e la chiusura populista sono atteggiamenti che a chi guadagna dall’ordine internazionale vigente vanno benissimo.
Dare una regola, rendere controproducente la circolazione, dovrebbe essere obiettivo tanto per la destra di governo (anche se ha fatto ormai carta straccia delle istanze piccolo-borghesi in grado di contenere le derive del consumismo) quanto per la sinistra. La prima è sempre più insidiata da movimenti estremisti (da Vannacci a Vox, da Farage a Le Pen), la seconda si è giocata irrimediabilmente il consenso elettorale a colpi di integrazioni mancate e delocalizzazioni taciute.
Uno dei problemi più gravi è la visione essenzialmente individualista e volontaristica della politica che si è instaurata, logica conseguenza del solito ordine internazionale. Bisogna uscire dalla logica secondo cui sarebbe la volontà dell’individuo a risolvere le cose, indipendentemente dal comportamento altrui. Per fare un’analisi serie l’individuo è inutile, contano i rapporti. Non basta un politico illuminato a capo di uno Stato che bada ai propri interessi per cambiare l’andazzo del mondo.
Il caldo è molto caldo. Però, appena sale l'inflazione, occorre domarla (ovviamente dal lato della domanda, cioè dei poveri cristi). Appena salgono gas e petrolio, occorre offrire pacchetti sconto per SUV e berline tedesche, ibride, pesanti, ingombranti e nefande, acquistate a rate e costruite per consumare sia gasolio sia corrente. Poi servono incentivi, perché Stellantis e Volkswagen non riescono a tenere il passo di BYD e MG. Bisogna aiutarle a produrre di più, perché novanta milioni di nuove auto all'anno non bastano. Non bastano, perché si comprano in leasing.
Si potrebbe continuare all'infinito, accettando di passare per anti-consumisti, anti-progressisti e, in definitiva, anti-umanisti. Perché, se ragioni così, è sicuramente perché godi dei benefici del progresso e vorresti impedirli agli altri.
Scriveva Christopher Lasch 35 anni fa: “La circolazione globale dei servizi, dell'informazione e della popolazione ha allargato il divario tra le nazioni ricche e quelle povere, determinando un'immigrazione massiccia a Occidente, dove i nuovi arrivati gonfiano i ranghi dei disoccupati, dei drogati, di coloro che non hanno nessun vero diritto. La loro presenza porta al punto di rottura le risorse disponibili. I servizi medici e scolastici, gli organismi preposti all'ordine pubblico, la disponibilità di posti di lavoro – per non dire della disponibilità di tolleranza razziale – appaiono inadeguati al compito immane di assimilare quello che è essenzialmente un surplus di popolazione «ridondante», per usare un'espressione britannica crudamente espressiva. Gli effetti velenosi della povertà e della discriminazione razziale circolano anch'essi su scala globale”.
Si può obiettare che la sua non fosse una descrizione scientifica del mondo, ma una lettura normativa. È proprio questo è il punto: Lasch non descrive ciò che accade, mostra quali conseguenze derivano da determinate scelte politiche ed economiche.
Se lo Stato assume la prospettiva liberale secondo cui il singolo è il miglior garante del proprio interesse e quindi anche di quello generale e se la prospettiva socialista si riduce a garantire pari opportunità al singolo d'integrazione nel consumo, allora prospera un capitalismo che copre il proprio radicale anti-umanesimo con il velo dell'esaltazione della libertà di consumare. È un capitalismo interessato soltanto ad espandere la produzione di merci perché vengano consumate. Qualsiasi merce, senza limite e senza preoccupazioni di sostenibilità. Il singolo, se non consuma, si perde e non è integrabile, diventa ridondante. Se può essere integrato, non conta nulla più di un’informazione, di un servizio. L’ambiente conta in quanto riserva da cui attingere petrolio (per la benzina) e silicio (per i pannelli solari). Oppure conta come invito a nuovi consumi (“cambiamo tutti la macchina, per salvarlo”).
Tre notizie fresche: l’Italia intende “importare” 200mila lavoratori thailandesi nei prossimi anni; il 50% degli ospedali africani è sottorganico, ma il continente “esporta” ogni anno moltissimo personale medico verso Europa e Usa; Algeria e Marocco si sfidano per attrarre investimenti per costruire gasdotti per rifornire l’Europa. 10mila chilometri di tubi nel deserto, 45 miliardi di dollari. Le popolazioni vengono spostate, estratte dai loro contesti e trapiantate dove servono, mentre l’ambiente viene sfruttato al massimo. Questa è la circolazione di Lasch, è lasciata senza limiti politici, causa gravi effetti e definirla la chiave del progresso, l’alternativa alla miseria, è offensivo per chi lo afferma.
Le diseguaglianze tra territori, salari, valute, sistemi fiscali e diritti sociali rendono conveniente spostare continuamente merci, capitali e persone. La circolazione amplia quelle stesse diseguaglianze, alimentando un ciclo che tende ad autosostenersi. Non è un sistema nato spontaneamente, ma un meccanismo conveniente per tutti basato sull’esigenza dei paesi più poveri di procurarsi valuta forte (dollaro) e non ha raggiunto i livelli odierni perché lo Stato nazionale abbia rinunciato a regolare il mercato. Al contrario, gli Stati hanno usato i loro poteri per costruire un sistema di relazioni commerciali strutturalmente diseguale.
Il mezzo per ottenere moneta pregiata è puntare su produzione di beni di consumo e sfruttamento di risorse umane e ambientali per aumentare le esportazioni o comunque rendersi fondamentali grazie a croniche necessità di importazioni. Oggi le nazioni in avanzo commerciale non sono chiamate a correggere i propri squilibri, vengono considerate virtuose e possono imporre restrizioni proprio ai paesi in deficit, da cui dipende il loro stesso successo.
Un possibile rimedio per salvare il progresso e noi è quello proposto da Keynes nel ’44. Non prevede di azzerare i commerci, ma oltre una certa soglia di percentuale di pil (esempio export – import = +/- 5% del pil) obbliga ogni paese a delle correzioni. Non licenziamenti, anzi, le correzioni servono proprio per evitare i licenziamenti: i paesi che esportano molte ciliegie, ma importano tutte le pere sarebbero costretti a riequilibrare, sovvenzionare il settore pere, tassare le compagnie della ciliegia, riqualificare il personale in eccesso. Sarebbe un incentivo concreto a dismettere quelle politiche economiche che continuano a misurare il successo in termini di crescita delle vendite, dell'export e dei consumi.
Mi sembra una proposta razionale, perché riduce la pressione a produrre sempre di più solo per esportare; democratica, perché obbliga i governi a investire nello sviluppo interno invece di inseguire la competitività a ogni costo; pacificante, perché rende gli scambi meno simili a rapporti di dipendenza; lungimirante, perché evita la corsa al ribasso che finisce per distruggere occupazione e ambiente; cristiana, perché impone ai paesi più forti di condividere gli oneri dell'equilibrio invece di scaricarli sui più deboli.