Le parole del ferragosto secondo Mediaset.
Concentrazione.
Piersilvio Berlusconi è in testa alla classifica Top Manager Reputation, davanti a Orcel (Unicredit, architetto della fusione con Commerzbank), Messina (Intesa, impegnato nella scalata a Mps) e Discalzi (Enel, maestro di dividendi e buyback azionari). I fantastici quattro sono a capo di oligopoli mediatici, finanziari e industriali. Personificano un modello di concentrazione di ricchezza che è il più grande pericolo per la democrazia. Berlusconi decide la condotta di un partito fondamentale per la tenuta del governo e concede enorme risonanza radiotelevisiva a figuri politici ininfluenti (Vannacci, Renzi, Calenda e centristi vari), ma utilissimi per i suoi calcoli elettorali. Orcel vanta utili decuplicati in cinque anni per la sua banca “che gioca in Premier League”. Messina ammette di aver contrattato le tasse da pagare con una telefonata ricevuta dalla Meloni. Descalzi garantisce lauti guadagni ai fondi americani e partecipa alla spartizione del petrolio venezuelano. Quando si parla della Russia, il tg di Berlusconi descrive gli oligarchi come sintomo di regime malato. Quando si parla dell’Italia, gli oligarchi diventano “grandi campioni europei”.
Circolazione.
L’Italia, annuncia radiosa Cesara Buonamici, è la terza destinazione preferita dai super ricchi mondiali per trasferirvi i capitali, dopo quella gran democrazia degli Emirati Arabi e quei gran signori degli Stati Uniti. Un oligarca non ha alcuna radice o pregiudizio, non gli servono servizi pubblici perché gode dei privati e, dalla maggior vicinanza ad un altro oligarca straniero rispetto che ad un connazionale povero, trae autostima. Quando si riuniscono tre oligarchi, si giudicano tra loro in base ai risultati lavorativi. Se un oligarca si riunisce con un camionista e un disoccupato, rischia di essere giudicato in base a criteri morali. E lì i risultati finanziari passano per demerito. Infine, se la politica telefona agli oligarchi per capire quante tasse siano disposti a pagare e non dispone di metodi efficaci per creare domanda, occupazione e pil, offrire rifugio per i patrimoni di oligarchi esaltati è un’esigenza vitale. Dunque i paperoni fanno circolare i denari dove più conviene e tale circolazione aumenta ulteriormente la concentrazione oligarchica. A diminuire è lo spazio per la democrazia. È molto simile al concetto di agglomerazione dell’economista Paul Krugman.
Identità.
Una democrazia ristretta, che riduce le possibilità di una vita soddisfacente a chi rimane escluso dal meccanismo di concentrazione/circolazione, consente e impone alle persone di dedicarsi a questioni identitarie. La sfera privata viene caricata di un’importanza sproporzionata. Questa dinamica evita possa essere messa in discussione la società oligarchica e inserisce le stesse beghe nel meccanismo economico. Infatti il servizio successivo del tg riguardava una scelta drammatica: meglio la pizza romana o napoletana? Piatti nati per valorizzare il poco che c’era, vengono estratti dal contesto e trasformati in simboli. Servono a raccontare una storia vendibile. La selva di prodotti IGP, tutelati dalla selva di consorzi e lobby alimentari, stanno facendo della ristorazione un'eccellenza in grado di attrarre turisti danarosi.
Verità.
Quando l’identità diviene ossessione, l’egocentrismo la fa da padrone e la vita di relazione diventa un altro capitolo della competizione permanente. Se è così, se noi stessi siamo il centro del mondo, la prima a soccombere è la verità. La verità è un fatto relazionale, mentre l’identità è una costruzione personale: se io creo la mia identità per come la preferisco, non accetterò che qualcuno possa smontare tutto dicendo la verità. È il caso, affrontato prima delle previsioni del tempo, del bodyshaming. Ariana Grande, René Zellweger, Nicole Kidman e Demi Moore non accettano le si dica la verità: sono magre e rifatte dal chirurgo. E il tg dà loro ragione. La verità è bodyshaming e un’attrice come la Moore ha ragione a rivendicare di essere giudicata per le capacità e non per il corpo. Per essere attrici non serve a nulla la bellezza estetica, ovvio.
Sul terreno di concentrazione, circolazione, identità e verità si giocherà il futuro della democrazia, ma anche del pianeta.
Tendo a vedere il passaggio da De Gasperi a Moro nella Dc e da Togliatti a Berlinguer nel Pci come il passaggio da un momento nel quale le culture politiche cattolica e comunista riuscivano a formare gli individui alla mediazione (la capacità di accettare che non tutto può essere realizzato subito, ma va negoziato nelle istituzioni con altri interessi) al momento nel quale non riuscivano a farlo più. Da una democrazia in grado di istituzionalizzare il conflitto politico ad una che lo squalifica.
Mi pare in questo quadro possa essere inserita la parabola di un grande come Guccini. A partire da alcuni temi ricorrenti. Intanto il poeta, nel senso di colui che usa la pena, sa smascherare il carattere parziale delle ideologie universali e la falsità delle abitudini che impongono. Sono messi alla berlina il tradizionalismo cattolico, le equivalenti istituzioni e credenze del comunismo e le pretese borghesi di incarnare il mito di un progresso effimero. Del '68 si parla con nostalgia, è un'occasione persa di riscatto per una società indifferente. Questo per quanto riguarda canzoni come Cirano, L’antisociale, Eskimo, Primavera di Praga. Se consideriamo anche La locomotiva, c’è una violenza non esaltata in quanto tale, ma fatta passare da eroica e unico atto in grado di sortire effetti.
Testi scritti tra '65 e '95, gli anni della piena maturazione intellettuale del cantautore. Il fatto che molti gli attribuissero tendenze comuniste poi respinte, evidenzia non un istupidimento di chi prese l'abbaglio, ma il (a mio avviso) degrado della politica. Non è più azione collettiva, mediata dalle istituzioni, che porta un risultato: è un gesto individuale, che ha significato e dà significato a chi lo compie.
Posizioni che si ritrovano anche nel Guccini più tardo. Ha manifestato apprezzamento per il socialismo riformista/libertario, alcune istanze radicali e l'anarchismo, recentemente ha votato PD. Partito nato per garantire un europeismo parolaio e proporre un'idea depoliticizzata della democrazia, per cui discorsi ideologici vengono tradotti in questioni di merito. Si tratta di scegliere di fare la cosa più utile (per chi non si sa, anzi, si sa: l’ordine costituito), non la più giusta. È un frutto della delegittimazione del conflitto politico.
Una delegittimazione che secondo me Guccini condivideva. Nella sua intervista riguardo la guerra in Ucraina, dice di trovare naturale inviare armi e schierarsi per Kiev. Non farlo equivarrebbe a essere pacifisti e gran parte di essi sono cattolici che hanno scoperto un papa sudamericano ostile agli americani o comunisti nostalgici dell’Urss ostili all'occidente. Riemerge l'accusa di parzialità ad ideologie universali. Infine, giustifica l'appoggio all'Ucraina riesumando la citazione di Berlinguer "mi sento più sicuro sotto l'ombrello della Nato", come se il fatto che un paese desideri accedere alla Nato valga a giustificarne l'appoggio al di là di ogni altra considerazione.
Guccini ha scelto di ricevere una cerimonia funebre laica e mi sembra il giusto approdo per un percorso intellettuale illuminista nella misura in cui cerca di evitare il conflitto grazie alla ragione, capace di compiere la scelta più utile seguendo delle procedure. Dopotutto l'illuminismo ha un campione in Kant con il suo procedimento per decretare la moralità di un comportamento al di là di chi lo attua. Era una posizione di delegittimazione del conflitto comprensibile dopo le guerre di religione e pure Guccini ha vissuto in un periodo di delegittimazione dei grandi scontri ideali. Il punto è che cantare la fine delle ideologie può portare il convincimento della loro inutilità, ma ciò significa non accorgersi delle ideologie vigenti e cedere a un conformismo che era proprio il bersaglio della critica gucciniana.
Guccini non era conformista, né illuminista imbevuto di ottimismo e, se la nostalgia potrebbe essere interpretata come resa al progresso, la speranza di rinascita non ha mai abbandonato il suo animo e la speranza non è un valore progressista. Nemmeno si potrebbe rinfacciargli la sostituzione della solidarietà con l’individualismo. Basti vedere Dio è morto, Auschwitz, L’atomica cinese, Il vecchio e il bambino, Incontro, Radici.
I suoi ultimi giudizi politici però non li vedo, come ho letto da parte di alcuni, un “rimbambimento”: in alcuni suoi versi ne vedo la genesi.
La rottura italo-iberica, al di là di questioni di tifo per Sandra o Raimondo, è una delle peggiori notizie per il nostro paese e per il futuro dell’unione europea.
Non può goderne più di tanto Macron, anche se non gli sarà poi così difficile sopportare due vicini insidiosi che si azzuffano. La Meloni rischiava di sottrargli prestigio nel rapporto con Trump, mentre Sanchez, il ruolo di leader del riformismo continentale, gliel’ha già soffiato da un pezzo. Ora sono costretti a giustificare, l’una, l’appoggio allo squinternato d’oltreoceano e rimpatriare, l’altro, migliaia di migranti: magnifique!
Possono alzare i calici invece gli altri due gruppi di rilievo d’Europa ultimamente in affanno: i frugali, invisi a metà buona della Ue, e i baltici (Polonia, ex repubbliche sovietiche e paesi scandinavi), identificati, probabilmente dalla stessa metà della Ue, come la causa che impedisce la distensione con la Russia.
Io credo che quella metà di popolazione sia nel giusto, ma l’unione europea è stata congegnata in modo da poter funzionare senza il coinvolgimento popolare nelle grandi questioni politiche. Anzi, meno il popolo si occupa di discorsi teorici sui fini ultimi e meglio è! Purtroppo l’unione europea è stata costruita nel periodo, inizio anni ’90, in cui una certa forma di liberalismo (quella più individualista, fondata su disciplina monetaria, riduzione del ruolo dello Stato, sfiducia verso pianificazione e redistribuzione) era facile da indicare come strada obbligata.
Da ciò deriva il ruolo essenzialmente marginale del Parlamento europeo: il volere della popolazione che l’aula rappresenta è tenuto nella stessa considerazione dal vero organo decisionale dell’unione, il Consiglio europeo. Lì i capi di governo nazionali si riuniscono, vengono alle mani e decidono il da farsi.
Non occorre certo chissà quale intuito per capire con chi dovrebbe andare d’accordo l’Italia se volesse sperare di migliorare la sua situazione nei rapporti di forza. I frugali e i baltici raccolgono sensibilità politiche e culture economiche lontane dall’Italia quanto dal resto dei paesi con affaccio mediterraneo: dovremmo quindi puntare all’unità d’intenti con Portogallo, Spagna e Grecia. Almeno, visti dimensioni (28% della popolazione, 24 del pil, 40 del debito pubblico e 30 del surplus commerciale della Ue) e temi comuni (immigrazione, rapporti col Nordafrica, energia verde, difesa marina e turismo). Aggiungendo per alcuni di questi ambiti anche la Francia…
Sembra un discorso astratto, ma avrebbe ricadute pratiche. Prendiamo il caso del Superbonus. Il governo Conte II ha agito senza coordinamento con Eurostat e con il fronte mediterraneo, proponendo un incentivo fiscale che replicava alcune caratteristiche di una “moneta parallela” vietata dai trattati. Eurostat l’ha definito tale e scaricato sul nostro groppone 150 miliardi di debiti. Una cifra sopportabile per l’Italia e, sotto sotto, una punizione auspicabile proprio per i paesi a noi vicini e scontenti della nostra crescita.
Cosa sarebbe accaduto invece se Grecia, Spagna e Portogallo avessero detto "cari italiani avete avuto una bella idea e vi proponiamo di replicarla anche noi e di creare un fondo ibero-italico a garanzia del credito"? Se la cifra addebitata ai paesi fosse stata di 600 miliardi? I frugali basano la loro forza sulla resilienza dei mediterranei: la Germania avrebbe accettato che fossero rovinati finanziariamente con un tratto di penna?
Nessuno avrebbe proposto un accomodamento politico favorevole anche alle nostre esigenze?
Cerco di analizzare il caso di Ceuta da un punto di vista che vada oltre le critiche verso gli Usa, Trump, Israele, la Meloni e il governo italiano, esercizio nel quale mi sono già esibito. Lo faccio perché, ripeto, va benissimo la critica dell’imperialismo senile americano impersonato da Trump, ma eleggere ad alternativa Sanchez e il modello spagnolo non lo trovo azzeccato. Sarebbe come, fatte le debite proporzioni, difendere a spada tratta Zelensky in quanto opposto all’imperialismo senile di Putin (anche se Sanchez non ha trascinato il suo paese in una catastrofe umanitaria e Trump non è stato minacciato di trovare armi atomiche russe in Messico).
Cinque punti e una considerazione. 1) La Spagna ha una situazione demografica identica a quella, disastrosa, italiana. A fare la differenza è l’immigrazione spagnola (regolare, ispanica/ispanofona in gran parte, impiegabile in settori a buon valore aggiunto), la quale genera una crescita economica che permette l’aumento della spesa pubblica senza sforare le regole fiscali europee. Non si tratta di numeretti, in tre anni i residenti spagnoli sono aumentati di un milione e mezzo grazie ai migranti provenienti in gran parte da Marocco e America Latina. La crescita della Spagna superiore alla media europea è sostanzialmente dovuta all’immigrazione.
2) L’Italia ha gli stessi problemi demografici spagnoli (1,2 figli per donna tanto romana quanto madrilena), ma non ha un’immigrazione simile (irregolare, distante culturalmente, difficile da impiegare se non in attività a basso valore aggiunto), ha speso male ingenti risorse pubbliche finendo sanzionata dalla commissione europea (superbonus) e non cresce economicamente, mentre le periferie, che integrano residenti e stranieri nella povertà, risultano via via più esplosive.
3) L’Italia avrà commesso molti errori, però non ha un ex impero coloniale italofono da cui attingere ogni anno decine di migliaia di persone facilmente assimilabili culturalmente e nel processo di crescita economica, in grado di intercettare i flussi di spesa pubblica per aumentare la ricchezza disponibile. L’Italia non ha questo serbatoio soltanto perché è arrivata tardi al tavolo europeo di spartizione del mondo, non certo per buon cuore. Ma tant’è.
4) È eticamente accettabile una crescita basata sull’immigrazione? La Spagna dà una possibilità di accedere al benessere a chi vuole impegnarsi oppure offre “ricambio” alla propria supremazia sulle ex colonie e “nuove risorse” alla sua economia, per guadagnare competitività in Europa? Se la Spagna assorbe i migliori talenti da (ipotesi) Marocco e Colombia sta sottraendo a questi paesi la possibilità di riscatto. La circolazione da classe povera a élite consolida le distanze. Poi, se il modello sociale di un paese spinge i cittadini alla decrescita demografica, non può essere sufficiente fare entrare persone disponibili a lavorare e fare figli. Sarebbe come montare una gomma fresca su una macchina senza cavalli nel motore o efficienza aerodinamica: il tempo sul giro migliorerebbe, ma i motoristi e gli ingegneri aerodinamici penserebbero di aver lavorato bene.
5) La Spagna ha ottimi parametri economici, registra crescita demografica, rispetta la disciplina fiscale europea, è un modello di conversione ecologica. L’immigrazione è ben coordinata, i rimpatri veloci e l’integrazione funziona, genera pil e successi sportivi. Però il consenso politico del governo Sanchez traballa e in Italia la sinistra che a Sanchez si richiama scatena i riformisti all’interno della stessa, facendoli invocare al “pericolo rosso”. Nel mentre, la gente vota sempre meno e Vannacci e Vox volano nei sondaggi perché gli elettori credono alle loro narrative deresponsabilizzanti e vittimistiche. Perché? È perché i cittadini sono ignoranti e i fascisti sono fascisti o perché la sinistra dovrebbe cercare qualcosa di altro oltre l’imitazione del modello attuale spagnolo?
Vorrei dire che la Spagna è stata di fatto ricattata del Marocco, probabilmente ispirato da Stati Uniti e Israele (lo suggerisce il Corriere della Sera), con un’invasione in quella che a tutti gli effetti è casa sua. Il Ppe europeo ha vergognosamente attaccato Sanchez. Il governo italiano non gli ha certo manifestato solidarietà. Per Fratelli d’Italia Roggero era una persona per bene e poteva difendersi, invece Sanchez non è “per bene”. Anche Zelensky è per bene, a differenza dei pasdaran. Benissimo, ma la Spagna è ricattabile su questo tema perché si è adattata, anche lei, al sistema per cui le migrazioni sono un fattore della competizione economica. Anche la sinistra spagnola ha accettato di governare la competizione, non di promuovere la solidarietà tra nazioni.