Dunque anche gli spagnoli ci capiscono poco o nulla, di politica e, quando si tratta di votare, ne combinano di cotte e di crude. I dati economici direbbero che le cose vanno a gonfie vele, la disoccupazione, il Pil, la crescita, l’energia: ognuna delle spine italiane è una piacevole rosa nel bouquet alla madrilena. Eppure, dopo aver consegnato Estremadura, Aragona e Castiglia-Leon ai popolari, gli elettori hanno sottratto ai socialisti l’Andalusia. Considerando Catalogna e Baschi, le regioni più benestanti, feudi degli indipendentisti, cosa rimane alla sinistra? Finché la sinistra perde in Inghilterra ed è strapazzata in Germania, ignorata in Italia e placcata in Francia, va bene. Ma se cede pure laddove per Elly Schlein sorge il sol dell’avvenire, forse qualcosa non va. Al di là del prezzo della corrente, della generosità dei sussidi e della severità della tassazione sui patrimoni, dev’esserci un’altra questione. La sinistra progressista è pronta a promuovere l’interesse della solidarietà in Europa? Perché la destra, da quella federale a quella post-fascista passando per la popolare e liberale, è assolutamente granitica nella difesa dell’Europa così com’è: austera, contro la redistribuzione, a protezione dei capitali a scapito d’inflazione ed occupazione, a favore di concorrenza e libertà di mercato interne.
Su questi punti la destra è coordinata a livello nazionale e continentale, ha chiari referenti locali, bacini elettorali e settori economici cui rivolgersi con messaggi precisi. La sinistra è concentrata sulle primarie.
Lo strutturalismo filosofico giunge a conclusioni che lasciano perplessi. Secondo questo atteggiamento “gli uomini, al pari dei pezzi nel gioco degli scacchi, non esistono al di fuori delle relazioni che ne specificano il comportamento. Gli uomini sono forme e non sostanze”. Se nulla esiste al di fuori di una struttura, significa che ad esistere sono solo le strutture. Se è così, le conseguenze per il singolo elemento sono chiare: non ha alcun senso. Per un’analisi scientifica il singolo di per sé non ha rilevanza.
Insomma, dal concetto della morte di Dio si passa alla morte dell’uomo. Al di là del fatto che una posizione del genere schiaccia col rullo compressore il pensiero di secoli riguardo questioni come libertà o responsabilità, credo si possa tranquillamente concludere che né la riflessione su Dio né quella sull’uomo sono state risolte. Nel senso che non rimanga altro da dire in merito.
Io non credo la realtà sia fatta di sole strutture e credo non soltanto alle strutture tocchi tale dignità. Detto ciò, credo anche le strutture possano risultare un utilissimo mezzo di rappresentazione della realtà. Rappresentazione utile a sua volta a permetterci di passare serenamente i giorni che ci rimangono a disposizione. La questione filosofica è tutta qui.
Oggi credo sia proprio il caso di analizzare il “problema” dell’immigrazione dal punto di vista della struttura economica. Di chiedersi perché moltitudini di persone debbano spostarsi tra continenti. Prendiamo il caso europeo.
Da dove origina l’immigrazione irregolare verso l’Europa? Africa occidentale (Mali, Nigeria, Senegal…) e Nord Africa (Marocco, Algeria, Libia…). Osservando la bilancia commerciale di queste zone si può notare che tanti paesi registrano deficit cronici (spendono più di quanto incassano per il 10-20% del Pil). Altri segnano dei surplus altalenanti e legati alle materie prime.
Cosa vendono e cosa comprano questi paesi? A chi vendono e da chi comprano? Esportano principalmente materie prime (petrolio, gas, terre rare, metalli e derrate alimentari) e importano prodotti lavorati (beni industriali, elettronici, farmaceutici, raffinati). Esportano in gran parte in Cina ed Europa, senza dimenticare Stati Uniti e India. Importano dagli stessi luoghi.
Con quali risorse? Vendono materie prime nei mercati internazionali per procurarsi dollari, euro o yuan oppure se li fanno prestare da istituzioni internazionali, ma soprattutto da enti e fondi d’investimento privati. In cambio acquistano beni cinesi, europei, americani e promettono tassi di interesse per attirare i capitali. I quali affluiscono in quantità per strappare condizioni di lavoro vantaggiose e obblighi fiscali e legali minime. Poi, quando non ci sono più soldi, gli interessi vengono rimborsati con altre materie prime o concessioni secolari di bacini estrattivi.
Ci guadagnano tutti, paesi benestanti, multinazionali, industriali, intermediari finanziari, paradisi fiscali e classi dirigenti locali , pronte a spartire tra i migliori offerenti risorse pubbliche come fossero proprietà private. E che, l’immigrazione, la incoraggiano. È un’utile valvola di sfogo per la popolazione più ribelle. Perché non c’è interesse politico alla nascita di una classe media diffusa che reclama diritti politici e sviluppo economico.
Sopra la struttura si può discutere di molte cose, la religione, gli usi e costumi, i codici linguistici, morali e comportamentali. Cose validissime, ma afferenti all’ideologia e che discorsi solamente ideologici possano incidere a livello strutturale mi risulta poco credibile. Come l’idea che l’immigrazione dovuta al rapporto dell’economia mondiale verso l’Africa potrà mai essere “controllabile”. Più facile ogni tanto ci si schianti sul palazzo dell’ipocrisia.
Altre due osservazioni sul discorso di Draghi, le più importanti che sono riuscito ad elaborare: mi spiace. La soluzione del banchiere per i problemi europei è il “federalismo pragmatico”. In poche parole si tratta di individuare una priorità (difesa), i paesi europei nei quali sono presenti elementi di vantaggio in quel settore specifico (Germania, Francia, Polonia) ed i paesi più toccati dal tema (baltici e nordici) e farli aderire a piani di investimento, strumenti finanziari e progetti di ricerca, sviluppo e condivisione comuni, senza passare per il processo decisionale classico a 27 paesi.
Il primo punto mi sembra, a livello teorico e filosofico, l'ammissione definitiva del fatto che l'Europa non può trovare una vera sintesi comunitaria e lo potrebbe fare solo limitatamente nel tempo, nello spazio e nel settore. Poi, chi ha già dei vantaggi rischierebbe di consolidarli ulteriormente, con quanta propensione alla condivisione? Il federalismo pragmatico nascerà con le migliori intenzioni, ma è forte il rischio possa venir percepito come un liberi tutti all'interno del continente e dimostrazione di sfaldamento all'esterno. Lo stesso Draghi nomina per quanto riguarda la difesa Uk e Ucraina, cioè paesi non tecnicamente europei. Insomma, dove sarebbe localizzata l'Europa? Con che estensione? Andrebbe da Londra a Kiev per la difesa e da Madrid ad Atene per l'energia rinnovabile?
Il secondo punto mi sembra un problema di pratica, di storia e di politica democratica. Detto brutalmente: il federalismo pragmatico somiglia ad un bolscevismo istituzionale. Secondo la teoria di Marx il comunismo non era realizzabile nella Russia zarista poiché non disponeva di un capitalismo né di un proletariato abbastanza maturi. Tali condizioni erano presenti in Germania e avrebbero dovuto portare alla liberazione delle masse dai desiderata di chi deteneva capitali e mezzi di produzione. La struttura statale borghese sarebbe stata sostituta dalla breve dittatura operaia per poi venire dismessa. Lenin si chiese: la teoria dice quello che ha postulato Marx, ma la pratica?
Il progetto di Marx era democratico. La realizzazione di Lenin no e la tendenza dittatoriale era presente nella sua concezione originaria del partito. Il comunismo sovietico fu qualcosa di tendente al comunismo di Marx, ma non proprio quello. Però fu la forma pratica di comunismo più longeva, non perfetta, ma effettiva. Lenin provò a calare dall'alto l'idea del comunismo sul popolo russo. In modo simile Bismarck calò il federalismo tedesco dall'alto sui vari popoli e Stati della Germania. Anche in quel caso non si sviluppò un vero processo di integrazione, ma il tentativo di superare un vincolo teorico con una forzatura pratica
Entrambi i tentativi non ebbero esiti democratici e soprattutto in Germania la federazione imposta dall'alto non generò democrazia e solidarietà tra popoli dal basso. Quella di Draghi mi sembra la forzatura pratica di un vincolo teorico che vede l'Europa impossibile da federare, una forma di economicismo secondo cui determinate condizioni materiali generano effetti di insperate solidarietà e democrazia. Non mi pare abbia avuto fortuna storicamente.
Ad esempio si pensava che il bisogno dell'Europa di fonti energetiche e il bisogno russo di moneta forte avrebbero garantito la pace, eppure oggi Europa e Russia sono ai ferri corti. Ancora, il bisogno di Usa e Europa di tenere bassa l'inflazione e il bisogno cinese di mercati floridi per i propri beni ha portato Usa e Cina in rotta di collisione, non a pacifica cooperazione.
Forse occorrerebbe organizzare la relazione di bisogno tra chi produce beni, vende fonti energetiche e acquista prodotti in una relazione solidale (sistema di compensazione globale import/export e moneta di riserva internazionale non legata ad una nazione particolare, teorie di Keynes) per ottenere davvero un mondo democratico e pacifico. Draghi non parla mai di Europa in termini di parte di un sistema mondiale, il suo pragmatismo è troppo… pragmatico.
Cina, Russia e Stati Uniti hanno interessi troppo profondi per accettare passivamente una piena autonomia europea. La competizione per mercati, energia, tecnologia e finanza rende improbabile che l’Europa possa ridefinire il proprio modello senza attriti sistemici
Secondo me, oltre al tema razziale c’è qualcos’altro e lo dico perché, mi pare, non ho ancora sentito o letto nulla riguardo la nazionalità degli aggressori. Non so se si tratti di italiani bianchi che ammazzano maliano nero e, per quanto riguarda le baby gang “di seconda generazione”, queste sono razziste tanto con i bianchi quanto con i neri. Non so nemmeno se abbiano una concezione di sé come membri di un gruppo con dei (dis)valori comuni da opporre ad altri. Quei “branchi”, nel senso di individui che si accompagnano, sono pronti ad azzannare qualsiasi oggetto gli si pari davanti ed abbia ancora la sfortuna di respirare.
So per certo invece che si tratta di una persona che andava al lavoro scannata da un gruppetto di gente che bighellonava. Una persona che alle 5 del mattino si era alzata dal letto per andare al lavoro è stata uccisa da ragazzetti che a letto avrebbero passato tutto il giorno, dopo una nottata alle slot machine. È una regressione culturale a quando Kant e Constant non ritenevano degni dei diritti politici lavoratori e mendicanti. Bakari Sako è stato definito con benevolenza al tg perché lavoratore onesto, pronto a sobbarcarsi un lavoro gravoso ed umile pur di aiutare la famiglia d’origine.
Immigrato integrato, ma bisognerà pur chiedersi perché viene definita integrata una persona che accetta un lavoro gravoso, reso però umile dalle condizioni del mercato del settore agricolo e dal rifiuto di essere svolto da chi si ritiene superiore o comunque non lo vede come possibile fonte di realizzazione personale ed economica. Un lavoro manuale che potrebbe anche piacere, dare soddisfazione e crescita caratteriale, se non fosse gestito nella stragrande maggioranza dei casi in modo degradante e vicino allo sfruttamento. Per un periodo, non che uno debba passarci la vita. E bene che qualcuno aspiri a qualcosa di più, benissimo. A patto non lo faccia in quanto lo reputi un lavoro umiliante, che lo squalificherebbe agli occhi del gruppo. Se odi il lavoro e lo percepisci detestabile in quanto tale, finirai per odiare anche chi lo svolge.
Su questo lo Stato può fare tantissimo. Un esempio si trova nel romanzo familiare del ‘800 di Thomas Mann. È ambientato nella città di Lubecca basata allora sul ceto dei mercanti. Mentre questi vivevano di scambi e di libertà dei capitali, gli industriali in ascesa chiedevano protezionismo commerciale. I primi si ritenevano eroi della libertà e guardavano i secondi con disprezzo considerandoli dei buzzurri. I secondi si ritenevano i veri difensori dei sacri confini della patria e ricambiavano l’affetto. Entrambi difendevano interessi di parte. I mercanti di Lubecca, Amburgo e Brema si scambiavano apprezzamenti ai limiti del razzismo con gli industriali della Ruhr, della Sassonia e della Prussia.
Ciò è collegato anche al razzismo odierno. Il nero, che lascia il Mali devastato da un modello economico predatorio verso il sud globale in cerca di lavoro in Europa, è visto come l’approfittatore dell’assistenza pubblica italiana. La vittima del sistema che ha arricchito chi ha scassato lo stato sociale europeo a suon di detassazioni, passa per il carnefice dello stesso stato sociale. Mi sembra un meccanismo di ribaltamento tipicamente razzista.